Federica e Alessandra sono due classici esempi di “cervelli in fuga”: studentesse brillanti che a un certo punto hanno salutato l’Italia per trasferirsi all’estero in cerca di opportunità migliori, di lavoro ma anche di vita. Con loro viaggiamo dal Mediterraneo all’Oceania per farci raccontare come si vive fuori dal bel paese, e cosa vuol dire essere “cervelli in fuga”.

IN CHE NAZIONE STAI LAVORANDO E DI COSA TI OCCUPI? 

F: Sto finendo il mio dottorato di ricerca in fotonica in un istituto vicino a Barcellona, in Spagna.

A: Ho lavorato a Melbourne, Australia, dove ho fatto un dottorato in chimica.

COSA TI HA SPINTO AD ANDARE ALL’ESTERO?

F: Volevo allargare i miei orizzonti e provare l’ebbrezza di conoscere un ambiente nuovo. Allo stesso tempo, dopo 25 anni passati in casa con i miei genitori, volevo dimostrare a me stessa di potermela cavare da sola: quale migliore sfida, quindi, che cominciare una nuova vita in un nuovo paese? Per di più, un’esperienza all’estero è particolarmente apprezzata nel mondo della ricerca scientifica: lasciare l’Italia presentava quindi una scelta vantaggiosa sia dal punto personale sia dal punto professionale.

A: Avevo sempre voluto fare l’esperienza di vivere all’estero. Mi intrigava l’idea di conoscere una nuova realtà e confrontarmi con stili di vita diversi. Inoltre nell’ambito lavorativo che ho  scelto (scientifico), un’esperienza all’estero è sempre largamente caldeggiata.

QUALI ERANO LE TUE PAURE PRIMA DELLA PARTENZA?

F: La mia scelta è stata abbastanza impulsiva e non ho avuto tempo di sviluppare timori ed incertezze. Ho semplicemente seguito il mio istinto e devo dire che lo rifarei ancora.

A: Credo che le mie paure fossero quelle solite connesse al cominciare la propria via in un posto nuovo. Mi troverò bene? Sarò accettata? Troverò persone con cui legare? Come sarà il lavoro?

QUALI SONO LE DIFFERENZE CHE PIU’ HAI APPREZZATO DEL TUO PAESE ATTUALE RISPETTO ALL’ITALIA? E COSA RIMPIANGI INVECE DEL BELPAESE?

F: Sono partita da un paese in Brianza per lavorare in un istituto di ricerca a livello internazionale in un città mediterranea che è per la Spagna l’equivalente di Milano. Credo che i cambiamenti nel mio stile di vita e nel mio modo di pensare dipendano più dal fatto di essere passata dalla provincia ad un ambiente più dinamico e cosmopolita che dal cambio di paese.  La mia partenza  non è stata accompagnata da uno shock culturale. La cultura spagnola e quella italiana si assomigliano molto sia nei lati positivi, come la solidarietà e la convivialità, sia nei lati negativi, come l’assenza di una cultura della legalità. D’altra parte, devo riconoscere che qui la gente ha un atteggiamento più moderno e meno bigotto rispetto a certe questioni sociali, come i diritti delle donne e delle persone LGBT. Ma quello che nessun luogo mi potrà mai offrire e che davvero mi spinge a tornare ogni due o tre mesi in Italia sono le persone ho lasciato lì: la mia famiglia e i miei amici di lunga data sono insostituibili.

A: L’Australia è un paese prospero in cui le cose in media funzionano bene e la crisi non si è quasi fatta sentire. Per questo, la qualità della vita è molto alta. I servizi in generale sono di alta qualità perché l’etica del lavoro è migliore che in Italia, e questo fa sì che ci sia una diffusa fiducia nel ruolo dello stato. Queste caratteristiche contribuiscono a creare un mondo del lavoro estremamente dinamico e ricco di opportunità, dove i cambi di carriera non soltanto sono possibili ma all’ordine del giorno. Da un punto di vista sociale, l’Australia è un paese ad altissima immigrazione (percentuale) ma rigidamente controllata. Questo ha fatto sì che negli anni si riuscissero ad ammortizzare senza troppi attriti gli ingressi, garantendone una proficua integrazione nella società. Il risultato è un paese splendidamente multiculturale in cui si apprezza e valorizza la diversità dello straniero invece che temerla. Dell’Italia ho rimpianto poche cose da un punto di vista di gestione del paese. Ho rimpianto invece la ricchezza culturale e la densità di meraviglie artistiche, oltre che alcune sfaccettature dello stile di vita italiano.

IL VOSTRO LAVORO E’ IN AMBITO SCIENTIFICO. MA ESISTONO OPPORTUNITA’ DI “FUGA DEI CERVELLI” ANCHE PER CHI OPERA IN CAMPO UMANISTICO?

F: Devo dire che la maggior parte delle mie conoscenze appartengono al mondo scientifico-tecnologico, quindi la mia opinione si basa su pochissimi “dati sperimentali”. Conosco, tuttavia, alcune persone a Barcellona che hanno studiato materie umanistiche e sono riuscite a trovare un lavoro soddisfacente o che stanno continuando la loro formazione qui. Credo, quindi, che, nonostante le conoscenze in ambito scientifico offrano più possibilità per lasciare l’Italia, non siano una condizione necessaria per trovare buone opportunità all’estero.

A: Non sono sicura di saper rispondere a questa domanda. Credo dipenda grandemente dalle aspirazioni della persona e dalle specifiche della sua formazione.

UN CONSIGLIO PER CHI VORREBBE PARTIRE, MA E’ ANCORA INDECISO

F: Partire è difficile, specialmente se uno ha sempre vissuto in famiglia. Richiede coraggio e voglia di imparare cose nuove, ma se uno è disposto ad aprire la mente ed il cuore a nuove esperienze, il contatto con qualcosa di alieno alla propria esperienza precedente non può che arricchire la nostra personalità. Come per tutte le scelte personali importanti, credo che prima di partire uno dovrebbe chiarire con se stesso se la spinta verso l’ignoto è più forte di quello che lo ancora al proprio paese d’origine. In ogni caso, raccomando a tutti di passare almeno qualche mese fuori dall’Italia, per esplorare direttamente la diversità culturale e diventare, di conseguenza, meno sciovinista e più tollerante.

A: Fatelo, fatelo assolutamente. E’ un’esperienza forte e difficile ma anche straordinariamente utile ad aprire la testa e conoscere nuove realtà. A capire che ci sono modi alternativi di gestire le situazioni rispetto a quelli a cui siete abituati e che questi modi non solo hanno un valore, ma a volte sono anche migliori dei vecchi. O viceversa, a realizzare cose del vostro paese che amate ma che avete sempre dato per scontate. Vivere in un paese diverso significa acquistare prospettiva e tolleranza, sia a proposito di idee che di persone, e queste sono entrambe caratteristiche che, se deciderete di tornare in Italia, faranno di voi degli Italiani migliori.

Autore

Web editor per lavoro, pendolare per rassegnazione, lettrice e grafomane per passione. Scrivo dove capita, quando capita, quel che (mi) capita. Ho un tormentato amore per le meringhe e guai a voi se mi tenete troppo lontana da un palco… anzi, fatemi recitare in una pasticceria!

7 Commenti

  1. Lavorare all’estero è un’esperienza sicuramente edificante e di crescita individuale. Il problema è partire, ma superando le prime difficoltà ci si rende conto che ne valeva la pena (purtroppo…)

  2. Lavorare all’estero è un’esperienza sicuramente edificante e di crescita individuale. Il problema è partire, ma superate le prime difficoltà ci si rende conto che ne valeva la pena (purtroppo…)

  3. mi ritrovo molto, non mi sono mai sentita in sintonia con l’Italia e con la mentalità italiana, per questo ho scelto posti diversi

  4. Apprezzo questo post perché la penso proprio così…penso la maggior parte dei giovani..certo ci vuole una buona dose di coraggio e quella fin ora I è mancata..

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