Sarà dolce tacere. Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio brucerà la campagna come i falò la sera.
Cesare Pavese

La collina è sempre stata la sede ideale della viticoltura. Nella lunghissima storia della vitivinicoltura, che accompagna l’uomo dal momento in cui ha cominciato a formare  insediamenti stabili, soltanto a partire dal medioevo la vite ha cominciato a scendere in pianura, in terreni meno adatti e con vitigni molto produttivi. In tutto il mondo i grandi vini nascono da zone collinari, con poche eccezioni. Perché?

Per ottenere uve di qualità sono fondamentali gli sbalzi termici tra il giorno e la notte durante il periodo di maturazione delle bacche. In collina, grazie ad altitudine ed esposizione, si verificano le escursioni termiche desiderate. Luminosità e ventilazione rendono l’ambiente salubre, un regime idrico siccitoso durante la maturazione frena l’attività vegetativa e favorisce l’accumulo degli zuccheri e degli aromi negli acini.
Dolci colline coperte da vigneti a perdita d’occhio, inframmezzati da piccoli villaggi, castelli medievali, luoghi in cui, da secoli, la viticoltura costituisce il fulcro della vita economica e sociale, specifici caratteri paesaggistici, naturali e antropici concorrono a rappresentare i diversi aspetti della millenaria “cultura del vino”, su cui si è plasmato il paesaggio attraverso il rapporto costante tra l’uomo e la natura.

Nel Vecchio Continente le produzioni vinicole sono fortemente associate ai territori (dalla coltivazione alla produzione, conservazione e distribuzione) ed agli elementi storici e architettonici (strade, città, borghi, nuclei rurali, castelli, chiese). Esiste un ricco e diversificato sistema di cascine, aziende vitivinicole, industrie enologiche, cantine sociali, enoteche pubbliche e private, che in alcuni casi costituiscono luoghi simbolo della storia e dello sviluppo della viticoltura e dell’enologia.
Langhe-Roero e Monferrato, zone collinari della vitivinicoltura d’eccellenza in Piemonte, nel 2014 sono state riconosciute Patrimonio Mondiale dell’Umanità, inseriti nella lista UNESCO, -l’agenzia specializzata dell’ONU, nata dal proposito di contribuire al mantenimento della pace, del rispetto dei Diritti Umani e dell’uguaglianza dei popoli attraverso i canali dell’Educazione, Scienza, Cultura e Comunicazione-, dei territori vitivinicoli. Le altre “sette meraviglie” del vino nel mondo sono l’isola Pico nelle Azzorre e l’Alto Douro (in Portogallo), Tokaj (in Ungheria), Saint Èmilion (in Francia), Wachau (in Austria), Lavaux (in Svizzera) e Dubrovnik (in Croazia).

Doppia soddisfazione per l’Italia se si considera che della lista UNESCO non fanno ancora parte neppure la blasonata Borgogna o il celeberrimo Champagne. Questo riconoscimento parla del lavoro dell’uomo, sia che si tratti di lavoro agricolo nei campi che di lavoro per seguire i processi di vinificazione nelle cantine oppure, ancora, di lavoro a conservazione dell’ambiente e del paesaggio e, infatti, nella motivazione ufficiale si parla di “esempio eccezionale di interazione dell’uomo con il suo ambiente naturale”.
Nella concezione attuale del vino come espressione di un territorio – nel suo insieme di valori artistici, paesaggistici e culturali – i vitigni autoctoni o tradizionali costituiscono un elemento di forte impatto: sono allo stesso tempo custodi e narratori, veicolo di un patrimonio culturale locale che si presenta originale ed unico. L’interesse per i vitigni autoctoni, perfino per i meno conosciuti, è ormai tangibile, e si pone pertanto il problema di saper utilizzare, imparando a conoscere e facendolo proprio, un patrimonio complesso.
Per cercare di capirne la complessità, possiamo considerare che i vitigni da vino ufficialmente registrati nel nostro Paese, considerando solo quelli autoctoni (dunque escludendo quelli provenienti da altre nazioni o ottenuti per incrocio), sono circa il doppio di quelli catalogati in Francia ed in Grecia e quasi il triplo di quelli riportati per la Spagna. Se si considerano invece i vitigni autoctoni nel loro insieme, ovvero presenti sul territorio o in collezione, ma non necessariamente riconosciuti ufficialmente, questi sono circa 400 in Francia e intorno a 2000 o forse più nel nostro Paese, tra cui vitigni minori, rari e in via di abbandono recuperati negli ultimi anni.

Ci si potrebbe chiedere perché proprio l’Italia, tra i numerosi altri Paesi viticoli europei, è forse il più ricco di “biodiversità”. Le ragioni sono numerose, ma tra le principali va ricordata la posizione geografica della nostra penisola che, protesa al centro del Mediterraneo, è sicuramente servita da ponte tra Nord e Sud, tra Est ed Ovest, per le diverse specie alimentari mediterranee e per le loro varietà, portate dai numerosi popoli che hanno occupato o percorso il nostro Paese. Anche la frammentazione ecologica dell’Italia (che è un territorio complesso, formato da ambienti spesso molto diversi) ha svolto un ruolo importante.

In definitiva, il nostro Paese può vantare una ricchezza nel patrimonio viticolo che nessun altro può eguagliare e questo, insieme all’estrema differenziazione geografica, costituisce una grande risorsa ed una inimitabile bellezza.

photo credit: bluestardrop – Andrea Mucelli via photopin cc

Autore

Sommelier e assaggiatrice di olio extravergine d’oliva, tra le mie passioni c’è la scrittura, un’altra è la musica delle tradizioni popolari. Oltre che su gowoman potete leggere miei articoli sulla testata www.il vaglio.it con la quale collaboro con la rubrica Olea olente oliva e su www.folkbulletin.com con recensioni di CD e concerti di musica popolare

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